03 giugno 2015 ~ 2 Commenti

La solitudine dei numeri primi e quella dei dentisti senza pazienti

Come molti colleghi giornalisti anche io adoro scrivere articoli sui dati.

I dati sono la cosa meno certa che si possa raccontare, a seconda di come li organizzi, li presenti, è possibile evidenziare una situazione o l’esatto opposto. E visto che la stampa è per definizione, di chi non concorda con quanto scriviamo, “faziosa” (non è vero ma a molti fa comodo crederlo), ecco il perché noi giornalisti amiamo parlare di dati.

Venerdì scorso su Odontoaitria33 ho scritto un pezzo sui dati resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate sulle dichiarazioni dei redditi degli studi odontoiatrici italiani. Quelli, i dati, che molto spesso, sbagliando, vengono indicati come derivanti dagli studi di settore.

Come sappiamo lo studio di settore è uno strumento a disposizione del contribuente ma anche del “controllore” per verificare che quella azienda o quel professionista abbia un reddito congruo all’attività svolta sulla base di vari parametri ed indicatori.

Da almeno 6-7 anni le analisi di settore, svolte da autorevoli istituti di statistica anche specifici (Servizi Studi ANDI e Key-Stone, per citarne due) indicano cali di pazienti e di redditività degli studi odontoiatrici a due cifre. Ricerche che, prevalentemente, si basano su interviste ai diretti interessati, i dentisti che riportano all’intervistare la loro sensazione sull’andamento dell’attività. Non sappiamo se chi risponde verifica gli incassi dell’anno precedente e lo confronta con quelli dell’anno in corso oppure dichiara in base alla “sensazione” del momento.

Ogni anno, però, andando a verificare i fatturati ed i redditi dei dentisti italiani forniti dall’Agenzie delle Entrate di questa crisi non abbiamo mai trovavamo traccia. Mentre la trovavamo nei redditi e fatturati di altri professionisti come notai, avvocati, architetti.
Ed è anche per questo motivo, ci raccontano i rappresentati sindacali degli odontoiatri, che ogni volta che vanno nei vari ministeri a chiedere maggiori detrazioni per i cittadini per rilanciare il settore, funzionari e politici di turno li “spesano”, con cordiali sorrisi.

Invece i dati 2013 (dichiarazioni 2014), quelli oggetto dell’articolo, per la prima volta hanno registrato un calo del fatturato. Questo non deve farci gioire, ma è sicuramente una notizia.

Perché nell’articolo mi sono soffermato sul fatturato e non sul reddito?

Perché il fatturato di uno studio dentistico è il dato che fotografa meglio, dei pochi disponibili, il volume d’affari, certo se la fattura viene fatta.

Sappiamo, invece, come il dato del reddito è condizionato da molti fattori (spese, personale, magazzino, etc), tra cui anche i “correttivi” che si adottano per rimanere coerenti con gli studi di settore. Sono alto di fatturato allora cambio quello strumento, compro quella tale attrezzatura, faccio attenzione al magazzino, pago le fatture di dicembre nell’anno successivo etc.

 

Sappiamo anche che il fatturato, ovviamente, dipende dal tipo di prestazione eseguite: un conto è fare 10 otturazioni un conto è fare 10 riabilitazioni implantari. Ma su questo aspetto ci viene in aiuto la statistica: grazie ad Istat ed alcune ricerche del Servizio Studi ANDI sappiamo che il 60-70% dei pazienti, frequenta gli studi odontoiatrici per effettuare cure, igiene o visite.

 

Sappiamo anche che il rapporto tra fatturato e reddito del dentista è molto più simile a quello di una impresa che di uno studio di un altro professionista per via della natura dell’attività professionale esercitata dall’odontoiatra. Un conto è avere un ufficio con computer e fotocopiatrice e fare consulenze legali, o un ambulatorio medico con un lettino, una scrivania ed un computer; diverso è avere uno studio odontoiatrico di 80 metriquadrati con due sale operative attrezzate per effettuare cure che comportano l’utilizzo oltre di attrezzatura anche di materiali e dispositivi medici.

 

In realtà i dati delle Entrate consentono di effettuare altre interessanti analisi e valutazioni, oltre a capire se i dentisti sono più fortunati, o meno, di architetti o avvocati.

 

Il più interessante, come ci ha suggerito il Coordinatore del Servizio Studi ANDI Roberto Callioni, è indubbiamente quello sul numero degli esercenti, le partite iva attive (sia studi monoprofessionali che associati o società) che indica un decremento rispetto all’anno prima.

Ovviamente non abbiamo il dato delle nuove aperture e delle chiusure ma abbiamo il dato dei nuovi iscritti all’Albo degli odontoiatri che, stando a quanto ha fornito il CED FNOMCeO ad Odontoiatria33, nel 2013 sono stati 580 maschi e 374 femmine a fronte di 458 cancellazioni segnando un saldo attivo di 474 unità. Nel 2012 il saldo attivo tra nuovi iscritti e cancellati era perfino superiore: 607 unità. Quindi nel 2012 e 2013 sono stati oltre mille i nuovi dentisti iscritti all’Albo però stando ai dati delle Entrate il numero delle partite iva attive nel 2013 è calato di 60 unità rispetto al 2012: calo evidente per gli studi monoprofessionali (-300 unità) mentre crescono studi associati (+83) e società (+157).

Dove sono, quindi finiti i neo iscritti? Impossibile saperlo con i dati a disposizione. 

Ma a fronte di questo dato, se protratto nel tempo, il timore della pletora sarà ancora un problema tra dieci anni quando saranno andati in pensione 28 mila iscritti all’Albo?

Altra domanda che i dati delle Entrate pongono, ma non solo oggi, è sul rapporto iscritti all’Albo (59.324 al 31 dicembre 2013) e partite iva attive (43.379).

Per verificare il rapporto tra cittadini e dentisti quale dato si deve utilizzare quello degli iscritti all’Albo o quello degli esercenti?  

Ed ancora, l’Albo degli Odontoiatri -ma vale anche per i Medici ed altre professioni regolamentate- non dovrebbe limitare l’iscrizione solamente a chi esercita la professione sospendendo (non cancellando) chi invece non esercita più o non esercita momentaneamente la professione?

 

Norberto Maccagno

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