22 luglio 2014 ~ 4 Commenti

Abogado e dentista, stesse regole europee per aggirare quelle italiane

Le norme che regolamentano la libera circolazione dei lavoratori e dei professionisti all’interno dell’Unione Europea hanno come obiettivo quello di favorire questo via vai. E meno male che sia così, altrimenti i nostri giovani laureati, i nostri ricercatori sarebbero costretti a fare i commessi nei centri commerciali o nei call-center visto che in Italia questi sembrano essere gli unici sbocchi lavorativi disponibili.

Stesso principio per lo studio.

Uno studente italiano può decidere di recarsi, per esempio, in Inghilterra per laureasi in Economica, oppure in un altra Università di uno dei 28 Paesi membri e vedersi riconosciuto il titolo di studio in qualsiasi altro paese dell’Unione, Italia compresa.
Il perché un cittadino di un altro paese decida di andare a studiare oltre i propri confini, per l’Unione Europea non è importante, l’importante è che possa farlo con il minor numero di vicoli possibili.

Nel settore odontoiatrico questa opportunità è vista come una scusa per evitare il test di ammissione.
Ma la possibilità di lavorare e formarsi in ogni Paese della UE non è considerata una iattura solo dai dentisti italiani.

Gli avvocati sembrano stare ancora peggio.

Per chi vuole intraprendere la carriera forense non ha come per odontoiatria il problema di iscriversi all’università ma di passare l’esame di abilitazione professionale che, a differenza di quello per i dentisti, è decisamente più selettivo. Stando ad alcuni dati disponibile sul web nel 2012 sui 32.572 aspiranti avvocati solo 5.936 sono risultati idonei. Sappiamo invece che per i dentisti il tasso di “abilitati” rispetto ai laureati sfiora il 100%.

Quindi molti futuri avvocati preferiscono iscriversi alle università in Spagna, ottenere l’abilitazione in quel paese e poi tornare a lavorare in Italia. Sono circa 3mila i legali italiani che esercitano nel nostro paese con titolo spagnolo.

Da anni il Consiglio nazionale forense si batte per impedire questo denunciando come abusivi gli “abogados” italiani che esercitano nel nostro Paese. Secondo il Consiglio nazionale forense l’abogado italiano non può avvalersi della direttiva sulla libera circolazione dei professionisti in quanto ha ottenuto il titolo in Spagna al solo scopo di eludere la normativa sull’accesso alla professione.

La posizione della CAO, per i dentisti, punta invece a non voler iscrivere il laureati all’estero perché non può verificare la sua formazione.

La questione è arrivata fino alla Corte di giustizia europea che nei giorni scorsi ha ribadito che nessun Ordine professionale o autorità competente può rifiutare, per abuso del diritto, l’iscrizione nell’Albo di cittadini dello stesso Stato che dopo aver ottenuto la laurea o la qualifica professionale all’estero, ritorni nel proprio Paese per esercitare professione.

La sentenza della Corte di giustizia europea sottolinea che in un mercato unico, “la possibilità per i cittadini dell’Unione di scegliere lo Stato membro nel quale desiderano studiare ed acquisire il loro titolo per esercitare una professione è collegata con l’esercizio delle libertà fondamentali garantite dai Trattati”.

Il fatto che un cittadino italiano scelga di formarsi in uno Stato dove è più facile ottenere il titolo, ricorda la Corte, è ininfluente.
Unica concessione fatta dai Giudici europei al Consiglio nazionale forense è quello di impedire che l’abogado italiano laureato in Spagna utilizzi il titolo di “avvocato”. Sulla targa e sui biglietti da visita dovrà scrivere “abogado”.

La sentenza fa comunque giurisprudenza anche per le altre professioni. Ma dentista in spagnolo si dice… dentista.

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